Silhouette di Siena

GUIDA AL MONUMENTO

 

IL CONVENTO

Si entra dalla porta sulla destra del portico davanti alla Chiesa.

Dal primo vestibolo si accede al chiostro centrale del XVII secolo, alla zona nord del chiostro cinquecentesco(sulla destra) oppure (a sinistra) al lungo corridoio, ora detto di San Bernardino, che conduce alla Sagrestia e alla loggia di Pandolfo. Il corridoio costeggia gran parte della lunghezza del grande chiostro centrale (a destra, visibile dai finestroni) e a sinistra corre lungo la parete esterna della navata laterale destra della chiesa: su questo lato, dalle aperture a livello del pavimento, è visibile la cripta. Il corridoio fu aperto durante la ristrutturazione del XVII secolo: per apprezzarne la validità architettonica, deve essere osservato dalla crociera che forma verso la fine, offrendo un buon impatto visivo nel punto cruciale della nuova disposizione secentesca del complesso conventuale. Da questo punto si accede infatti alla parte più interna del convento (a destra, tramite la loggia di Pandolfo), alla Sagrestia (in avanti), al Presbiterio della Chiesa (a sinistra). Ci troviamo già nella zona dell’aggiunta cozzarelliana, che tra breve esamineremo. Prima occorre descrivere l’ambiente che si apre dopo la metà del corridoio.

L'oratorio di San Bernardino.

Com’è noto, l’originale nucleo bernardiniano fu vittima della ristrutturazione secentesca del convento. In quel secolo, si trovava nel piano superiore del convento anche la cella di San Bernardino , che fu traslata nella cripta, per rimanervi fino al 1939, quando fu individuata l’attuale posizione. Si tratta di una ricostruzione del luogo venerando che ospitò il Santo nei periodi trascorsi alla Capriola, attuata con alcuni materiali originari (come la piccola porta d’ingresso) e corredata di opere d’arte e reliquie. Si entra nel primo vano, dove si conservano la tonaca da viaggio, altri indumenti e panni che il Santo indossava al momento della morte nella città dell’Aquila, qui riportate subito dopo il trapasso: insieme all’abito e alla tavoletta con il monogramma, datata al 1425 e verosimilmente usata in ostensione dal Santo nelle celebrazioni del Nome di Gesù risalenti a quell’anno (custoditi nel secondo vano, la cella), uniscono al carattere venerando anche un’importanza di testimonianza storica. Altrettanta rilevanza assumono gli autografi conservati nella teca del primo vano, in particolare la lettera di San Giacomo della Marca (vedi introduzione storica). Sulla parete di fondo del primo vano, è da notare la terracotta raffigurante San Bernardino in dolente contemplazione, attribuita prima ad Urbano da Cortona, poi ad epoca più tarda e probabile copia dell’originale terracotta cozzarelliana che avrebbe completato dal lato opposto al San Giovanni il Compianto nella Sagrestia (vedi sotto): non pare altrimenti spiegabile l’atteggiamento del Santo e il taglio della statua. Sull’altare della cella, il busto del Santo*, proveniente dalla facciata della Chiesa, attribuito a Lorenzo di Pietro, detto il Vecchietta.

La sagrestia.

Dal corridoio, procedendo oltre la crociera, si accede alla Sagrestia. Si tratta di uno degli ambienti più significativi dell’aggiunta cozzarelliana commissionata da Pandolfo Petrucci. La porta della Sagrestia è originale e mostra particolarissime maniglie, a forma di due delfini contrapposti, in allusione al nome stesso di Pandolfo. Sopra l’architrave compare lo stemma di famiglia dei Petrucci. Si entra in un ambiente di eccezionale sobrietà, dove il segno della committenza è frequente quanto discretamente inserito nei peducci delle volte a vela del soffitto e al centro del soffitto stesso. Come se la potenza del Magnifico, senza ostentare eccessiva presenza nel convento dei Frati Minori, ne garantisse simbolicamente i reggimenti e i cardini della struttura. Medesima simbologia del potere fu adoperata dal Cozzarelli nella distribuzione degli stemmi nel palazzo detto del Magnifico in via dei Pellegrini a Siena, in parallelo con la discreta allusione al reggimento della città negli anelli in bronzo della facciata di quel palazzo. Mentre però gli stemmi negli architravi del convento e nel palazzo cittadino sono in pietra monocroma, quelli del soffitto della sagrestia sono bicromi, con elegante avvicinamento di azzurro e oro, separati dalla dentatura obliqua. In sobrio stile primo-rinascimentale anche l’arredo in legno alle pareti, originale intaglio di Antonio di Neri Barili (l’artigiano della libreria Piccolomini nel Duomo) risalente al 1497 e restaurato dopo la guerra. Su tutto l’arredo ligneo corre un’epigrafe: PANDVLPHVS PET. HEC CVM OMNIBUS ORNAMENTIS SACRARIA DICAVIT CVIVS IN HOS SACERDOTES LIBERALITATEM SI PIVS ES O DIVES IMITERIS. AN MCCCCLXXXXVII. (Pandolfo Petrucci ha dedicato questo luogo santo con tutti i suoi ornamenti: tu che sei ricco, se rispetti anche il sacro, imiterai la sua generosità verso questi padri; anno 1497).

Nella parete di fondo, sull’altare, entro una esedra semicircolare, con catino e paraste decorate con motivi a candelabri, racemi e cherubini, l’eccezionale gruppo** in terracotta policromata con il Compianto sul Corpo di Cristo, attribuito con sicurezza (per lo stile e per via documentaria) a Iacopo Cozzarelli, l’architetto autore della parte del convento che stiamo visitando. Il gruppo è composto dal corpo di Cristo, disteso in primo piano, dalla Vergine, chinata su di Lui; in secondo piano dalla coppia delle figure maschili a sinistra (Giuseppe d’Arimatea, che procurò il sepolcro e raccolse il sangue di Gesù e il discepolo Nicodemo che assistette al processo), dalla coppia delle figure femminili a destra (una Maria e la Maddalena; a sinistra è stata restituita alla posizione originaria la figura di San Giovanni Evangelista, che era stata allontanata dal gruppo nel corso dell’ottocento. Sulla destra, doveva trovar posto in origine la figura del San Bernardino in meditazione, una copia della quale abbiamo osservato nell’Oratorio. Al posto dell’intonaco bianco della nicchia, compariva fino agli anni cinquanta del novecento un affresco di sfondo al gruppo, con croce in primo piano alberi e città in lontananza, verosimilmente coevo alla terracotta. Il restauro dell’opera è avvenuto negli anni 1982-84 ed ha rimesso in perfetta evidenza l’alta qualità dell’esecuzione. Di alta scuola l’espressione individuale del dolore nei volti degli astanti, mentre l’efficace distribuzione delle figure testimonia la notevole maturità dell’artista, già evidente nella drammatica postura del corpo abbandonato di Cristo. L’intima scena del dolore materno è arricchita dalla riflessione dolorosa sul mistero della morte del Salvatore da parte delle due coppie retrostanti (ciascuna rivolta, nel proprio dolore, verso diverse parti) e completata dalla lateralità dei due Santi contemplanti: la presenza atemporale di Bernardino conferiva inoltre universalità al mistero rappresentato.

Sulla sinistra, si accede ad un ambiente, attualmente adibito alla custodia di paramenti ed oggetti di culto, ove è conservato un lavabo* in marmo di pregevole fattura, con vasca sorretta da piedritti e sormontata da una pila con cannelle. Degno di nota l’ornamento di festoni e frutti, con al centro lo stemma dei Petrucci. L’opera è attribuita a Iacopo Cozzarelli.

Dinanzi all’altare, sul pavimento, è incastonato nel pavimento un riquadro di marmo contornato da un’epigrafe formata dal seguente distico: VT SVA POSTERITAS SECVM REQUIESCERET URNAM HANC SIBI PANDULPHVS IVSSIT ET ESSE SVIS (Perché la sua discendenza riposasse con lui, Pandolfo dispose che questo fosse il sepolcro suo e per i suoi). Siamo infatti nel cuore del mausoleo pandolfiano, costituito dalla sagrestia e dagli ambienti sottostanti, attigui all’ingresso della cripta. Se guardiamo l’altare, la parete alla nostra destra separava in origine la sagrestia dal resto dell’addizione al convento ideata dal Cozzarelli e realizzata nei primi anni del cinquecento, ai tempi della potenza del Magnifico. Di là da quella parete prese allora corpo il portico pandolfiano che guardava verso la città. Il braccio orientale, chiuso ed inglobato nell’edificio nel XVIII secolo, coincide con l’attuale ambiente che corre al di là di quella parete della sagrestia: vi si accede dalla destra dell’altare ed ospita il museo dedicato ad Aurelio Castelli.

Il museo conventuale 'Aurelio Castelli'

Il museo del convento è dedicato al P. Aurelio Castelli, in ragione della fama di studioso e dei meriti avuti nel riconquistare l’autonomia del convento dopo l’ultimo esproprio ottocentesco. L’individuazione di questo ambiente come sede museale risale all’anno (1910) della traslazione dell’affresco di Girolamo di Benvenuto dalla cripta all’attuale posizione. Dieci anni dopo, si inaugura il museo, raccogliendo in questo luogo vari tesori provenienti dalla chiesa e dal convento. L’affresco è situato nella parete di fondo: presenta notevoli lacune e cadute e alterazioni del colore. Al centro l’arcangelo Michele regge spada e bilancia. Alla sua destra due figure di giusti sorgono dalle tombe per raggiungere il cielo; alla sinistra un reprobo esce dall’arca in atteggiamento di ormai vano pentimento mentre un altro già si avvia verso le caverne infernali. Al di sopra, due angeli annunciano il giudizio con le trombe. Nella più vasta abrasione trovava posto il Cristo giudice.

Al centro della sala, nelle teche, una eccezionale serie di codici e libri di coro membranacei, per i quali si rimanda all’appendice.

Osserviamo poi tra gli altri pezzi quelli degni di maggior nota.

In primo luogo, a sinistra dell’entrata, la testa di Crocifisso** di Lando di Pietro. Come già detto, il Crocifisso di Lando, presente sull’altar maggiore senza che se ne sospettasse l’autore né l’antichità, rimase quasi completamente distrutto nel bombardamento del 1944. Ne furono ritrovati tra le macerie due frammenti dalle gambe e vari dal volto che ne hanno consentito una parziale ricostruzione con l’originale policromia. Proprio dalla distruzione, venne alla luce la vera storia dell’eccezionale scultura lignea. Una piccola pergamena era stata nascosta dentro l’incavo del ginocchio e recava data e nome dell’autore, per raccomandare la sua anima a Cristo. Nell’incavo della testa era invece custodita una più ampia pergamena, con altra preghiera dell’autore e citazione del proprio nome e della data di esecuzione (1338), non senza il seguente ammonimento: fu compiuta questa figura a similitudine di yhesu xpo crocifisso figliolo di dio vivo et vero, et lui dovemo adorare et non questo legno. Si scoprì così, per questa via tanto singolare, l’unica scultura lignea conosciuta di Lando di Pietro, altrimenti ben noto come orafo (nel 1311 aveva eseguito la corona per l’imperatore Arrigo VII di Lussemburgo, che, venuto in Italia per farsi incoronare tra il tripudio dei ghibellini e le speranze dello stesso Dante, morì invece in Buonconvento) e come architetto: sarà lui che nel 1339 (un anno prima della sua morte) inizierà la costruzione del Duomo nuovo di Siena, secondo il celebre, grandioso e mai realizzato progetto. Sopra alla parte recuperata della testa lignea, è visibile il calco in gesso predisposto dopo la guerra.

Sulla sinistra della lunga parete opposta all’entrata, come testimonianza dell’inventiva del P.Castelli, il marchingegno per la determinazione del calendario perpetuo. Di seguito, di notevole interesse è la lastra tombale* di Niccolò Piccolomini (1467), arcivescovo di Benevento. L’opera, che si presenta levigata dall’attrito dei passanti, fu già attribuita al Vecchietta: oggi si preferisce l’anonimato dello scultore. La scultura si trovava come lastra pavimentale presso l’ingresso della chiesa.

Al termine delle teche dei codici, il reliquiario delle vesti di San Bernardino*. Costruito in rame, bronzo dorato e argento, reca ornamenti in smalto e qualche pietra incastonata. Negli incroci delle assi portanti i vetri, i simboli del comune senese (la balzana bianca e nera, la scritta libertas, il leone in campo rosso, la lupa con i gemelli della leggenda della fondazione, Ascanio e Senio, figli di Remo); tra stemmi e pietre, decorazione con motivi floreali. Nella parte superiore, due angeli recano il Nome di Gesù negli spicchi più ampi; il Santo a mezzo busto ostende la tavola in quelli più piccoli. Questa parte dell’oggetto fu eseguita negli anni 1454-1462, su commissione del concistoro senese, dall’orafo Francesco d’Antonio, ed è considerata mediana tra il suo reliquiario del Sacro Chiodo per il S.Maria della Scala e quello del braccio di S.Giovanni all’Opera del Duomo. L’opera era stata  commissionata dal comune senese al celebre Giovanni di Turino (l’orafo che lavora alle formelle del fonte battesimale insieme a Donatello e Iacopo della Quercia), che non potè eseguirla, fin dal 1446 (l’Albizzeschi era morto nel 1444) quando evidentemente già si venerava la sua fama, ancor prima della beatificazione.  Nella base, la scritta senensis populus argentea urna confessoris Bernardini pretiosa vestimenta recondit volavit ad celos xx maii MCCCCXLIIII (il popolo senese raccolse in questa urna d’argento le vesti di Bernardino suo confessore: salì in cielo il venti maggio 1444). Sulla sommità, le aggiunte degli anni 1682 e 1725 per mano dell’orafo Domenico Bonechi: un angelo regge un pastorale, un altro due mitrie: ricordano i vescovati di Siena, Ferrara e Urbino, offerti al Santo e da lui rifiutati. Al centro, reliquiario a forma di ciborio con volute, contenente le polveri dei precordi di San Bernardino; sopra, piccolo ma elaborato reliquiario per un dente, culminante nel simbolo francescano del braccio di Cristo incrociato con quello di Francesco. L’opera si presenta sorretta dall’apparato processionale in legno intagliato e dorato, realizzato su commissione pubblica dall’intagliatore Pietro Montini nel 1687.

Il sepolcreto sotto la sagrestia.

Uscendo dalla sagrestia, presso il vestibolo che dà accesso al presbiterio, una piccola apertura immette nella stretta scala di accesso alla parte sottostante del mausoleo pandolfiano, l’ambiente che costituiva il vero e proprio sepolcreto dei Petrucci. Si tratta di un ampio vano diviso in due navate da colonne in laterizi che portano volte a crociera, interamente dedicato alla sepoltura di Pandolfo e della sua della discendenza (fino all’ottocento). Nella parete est (a sinistra per chi entri dalla scala) una porta conduce alla cripta (vedi sopra). Nella parete opposta, spicca nell’ambiente cimiteriale una grande tomba ad arca in travertino, con strutture architettoniche di stile classico ed elaborati intagli, costruita per Celia Petrucci, morta quindicenne nel 1558. L’opera è attribuita ad un artista che il Vasari cita nella vita di Baldassarre Peruzzi come suo “creato (discepolo) chiamato Cecco Sanese”, ossia Francesco da Siena, recentemente rivalutato nella cultura pittorica del cinquecento senese.

La Loggia di Pandolfo.

Tornando alla crociera presso l’ingresso della sagrestia e prendendo la direzione opposta al vestibolo del presbiterio, si accede (tramite un portale con architrave in marmo recante lo stemma dei Petrucci da ambo i lati) ad un altro suggestivo ambiente creato dall’addizione cozzarelliana: si tratta del braccio nord del portico ideato dal Cozzarelli, l’unico a conservare, dopo le trasformazioni secentesche, la funzione di loggiato. L’eliminazione delle strutture murarie del braccio sud del portico ha trasformato questo braccio dell’antico quadrilatero in una vera e propria loggia, attualmente dotata di finestroni novecenteschi in vetro e ferro affacciati su un suggestivo panorama* della città. Immediatamente sotto la loggia, un piccolo chiostro con cisterna, ora aperto da un lato, che costituiva in origine la parte interna del chiostro cozzarelliano. Al termine della loggia, un'altra porta architravata con marmo recante lo stesso stemma dei Petrucci, segna la fine dell’aggiunta pandolfiana e dà accesso alle altre parti del vasto convento.

Il refettorio.

Dal primo vestibolo si accede a destra alle parti attualmente abitate dai frati e, per le ripide scale che si aprono sulla destra del primo corridoio, alla biblioteca (vedi appendice) e alla sala delle riunioni. La porta a destra del vestibolo immette invece nel refettorio costruito nelle forme attuali negli anni 1696-1704. Si tratta di una vasta aula con volte a vela lunettata e ornamento a stucco ispirato a semplice ed elegante sobrietà, che esercita in tal senso una notevole impressione su chi vi entri.

Sulla parete di fondo è stata sistemata nell’anno 2003, dopo il restauro, la grande tela (m. 2,05x7) dell’Ultima Cena del sacerdote senese Francesco Franci (si veda un suo affresco con san Romualdo a Camaldoli), datata 1710 nell’angolo inferiore a destra. Non è dato sapere da quanto tempo la tela si trovasse nel refettorio quando fu asportata nel 1810 al tempo della soppressione napoleonica, per essere restituita cinque anni dopo. Dal 1961, anno del restauro dell’ambiente, giaceva in attesa del restauro. Da notare la buona qualità della realizzazione (sia per la distribuzione degli apostoli sia per le scelte di colore nei panneggi) e l’inserimento della scena di genere in primo piano: il realismo quotidiano delle due bestie che si azzuffano e vengono scacciate e la suggestione popolare del diavolo che da sotto la tovaglia ammicca a Giuda.

I chiostri.

Oltre al chiostro rimanente sotto la loggia di Pandolfo, la sistemazione secentesca ne previde altri due, della cui funzione strutturale già abbiamo discorso. Il chiostro centrale ebbe l’attuale sistemazione negli anni 1683-1694. Vi si accede tornando alla porta d’ingresso del convento. Ha la forma di un ampio piazzale scoperto con pavimentazione in accoltellato di laterizi disposto a lisca e diviso in settori a ventaglio. Al centro, una cisterna di buona fattura risalente al 1722. Guardando dalla cisterna verso sud-est, si gode di una notevole vista sul fianco della chiesa, con scorcio del tiburio e campanile, che fa apprezzare ancora da un diverso punto di vista la sapiente concezione rinascimentale del monumento, col suo alternarsi di linee curve e rette. Elegante l’insieme delle lunghe pareti, scandite dai due ordini di finestroni, più tardorinascimentali che barocchi, rifiniti a laterizi (quelle inferiori) e con grossa bordatura in pietra e davanzale sorretto da mensole (quelle superiori).

Per accedere al terzo chiostro, occorre uscire dal convento e percorrere l’ampio piazzale davanti alla chiesa, entrando poi nella piccola porta che si apre al centro del grande muro che costeggia il piazzale. Si tratta di un ambiente cinquecentesco, come ricordato nella premessa storica, con zona verde al centro circondata sui quattro lati da un porticato sorretto da colonne in laterizi. Sopra le volte, finestre di fattura simile a quelle dell’ordine superiore del chiostro centrale. Gli ambienti del lato sud (attuale salone parrocchiale e teatrino) corrispondono all’antico refettorio.


Basilica dell'Osservanza
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